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Lubriano, Teatro dei Calanchi 9, 10 e 11 aprile 2010: in scena la Trilogia della catastrofe

Lubriano, Teatro dei Calanchi 9, 10 e 11 aprile 2010: in scena la Trilogia della catastrofe

Lubriano VT, Teatro dei Calanchi
9, 10 e 11 aprile ore 21,00


Dopo il successo della rassegna dedicata al Teatro Incivile, la compagnia TEATRO NULL torna all’attacco con una TRILOGIA DELLA CATASTROFE (Lubriano, Teatro dei Calanchi: 9, 10, 11 aprile ore 21.00) ideata e condotta da Gianni Abbate. Si parte il 9 aprile con le atmosfere notturne di leopardi@infinito.it ; per proseguire con l’eterno mito di Moby Dick il 10 aprile e approdare, potremmo dire, al concerto spettacolo il 11 dedicato al Naufragio con spettatori.

Un titolo e un filo rosso che giocano con l’ironia per una citazione dal più classico teatro greco: la catastrofe, o meglio καταστροφ?, infatti, in drammaturgia è la parte finale e risolutiva delle vicende dei personaggi. Dal greco antico, un termine composto da katá (basso, fondo, termine) e stréphein (girare): come a dire “cadere”, ma anche  "volgere alla fine. Non a caso la catastrofe, nella tragedia greca, termina sempre con la catarsi. Per Platone il momento catartico coincide con il liberarsi dalle catene che permette al prigioniero l'uscita dalla caverna; il risveglio dal modo di vivere letargico dell'uomo comune per arrivare a una vita degna di essere vissuta. E, in senso più ampio, Platone intende per "catarsi" un processo conoscitivo attraverso il quale ci si libera dalle impurità dello spirito memori dello stato di purezza originaria, quello del mondo delle idee dove domina il Bene.

La nostra trilogia della catastrofe
leopardi@infinito.it ideazione Gianni Abbate
L’opera “notturna” di Leopardi mira a creare silenzio e concentrazione, intimità con il segreto, a penetrare una solitudine vasta come il buio del cielo. Ascoltando i suoi versi si perde la concezione del tempo, come davanti alle onde del mare o al fuoco, e intanto gli argini della mente si polverizzano e qualcosa dilaga. Versi umidi di luce lunare e d’incertezze infinite, che si apparentano ai vacillanti “Inni alla notte” di Novalis. Ritornano in mente le note liquide di Chopin, ma anche quelle spezzate della notte in Tunisia di Gillespie o quelle strazzianti di Tom Waits.
La notte ci riporta a noi stessi. Non è più così. Oggi la notte è divenuta la moltiplicazione del giorno, un mezzogiorno scuro. È sarabanda, stridore, sussulto, non permette né pause, né isolamenti, né svelamenti. Una delle particolarità del concerto/spettacolo, è il recitar cantando delle poesie di Leopardi.
Voce Gianni Abbate
Chitarra elettrica, archetto elettronico ed effetti sintetizzati Fabio Barili

Moby Dick o gli orrori dell’abisso da Melville
Rielaborazione teatrale di Gianni Abbate
L’inizio di questa rivisitazione del Moby Dick di Melville e di come il giovane Ismaele si ritrova imbarcato sul Pequod, è decisamente da commedia, ma non privo di presagi. Poi il lento allontanarsi dal porto e dalla sicurezza della terra ferma, segna il progressivo scivolamento nella tragedia e di conseguenza negli orrori dell’abisso. Una messa in scena asciutta, essenziale, ma allo stesso tempo visionaria e ricca di spunti tragicomici, che procede a ritmo serrato sulle note di una chitarra elettrica che, duettando con i personaggi, ne sottolinea passaggi e stati d’animo. Lo spettatore è lentamente coinvolto ed avvolto, legato, come avviene per Ismaele, a doppio filo con Achab, con la sua follia, come se si trovasse realmente sul Pequod. E’ un salto nel buio, nel profondo del nostro subconscio. Per scuoterci dal torpore, da questa melassa che ci avviluppa, da questa incapacità ad agire e reagire, che ci tiene tutti sospesi e in ansia, sull’orlo dell’abisso.
Achab Gianni Abbate
Ismaele Liben Massari
Colonna sonora originale eseguita dal vivo Fabio Barili
Elementi scenici, effetti computerizzati e regia Gianni Abbate

Naufragio con spettatori
concerto-spettacolo
Ci fu un episodio che dai contemporanei fu sentito come una prova generale della fine del mondo in un atto unico: il naufragio del Titanic il 13 maggio 1912 per la collisione con un iceberg. La nave era allora la più alta espressione tecnica, e a bordo c'erano oltre ai milionari che si potevano permettere una traversata transoceanica in super lusso, tanta povera gente stipata nella terza classe. Di colpo, nell'immaginario collettivo, l'arroganza del progresso si venne a scontrare con il panico, il massimo del comfort, per i ricchi, con la distruzione, l'automatismo con la catastrofe. Fu la fine della "bella époque". Quella che venne dopo non fu la fine del mondo, ma la prima guerra mondiale. Per cantare la disperazione e l’impotenza, sono state scelte le sonorità rock blues, con tanto di chitarra elettrica ed effetti speciali.
Con e per la regia di Gianni Abbate
Musiche originali eseguite dal vivo Fabio Barili

Pubblicato il 07-04-2010

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